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LACIO DROM

Mi approccio a queste poche righe con la consapevolezza di chi, avendo letto gli ultimi editoriali apparsi sul sito, sa di non poter aspirare a tanta poesia improvvisandosi scrittore per un giorno. Anni ed anni di articoli fanno la differenza, quindi con l’umiltà del principiante, posso solo garantirvi che queste sgrammaticate parole provengono dal cuore.

Come tutti ben sapete ho preso la “strana” decisione di appendere le scarpette al chiodo. “Strana” per me dato che, da ben vent’anni, convivo quasi quotidianamente con questo sport e da otto (se non mi sbaglio) gioco orgogliosamente per questa squadra. 

Otto anni in cui ne ho vissute davvero tante: ho giocato per i gialloblu, per i bianco blu, per i bianconeri, imparando che le vittorie e le sconfitte possono cambiare l’umore ma non lo spirito; ho visto il campo consumarsi pian piano e consumare in maniera direttamente proporzionale le gambe a noi giocatori e le speranze di vittorie in trasferta delle squadre avversarie; ho vissuto una finale di eccellenza, una salvezza all’ultimo respiro ed una retrocessione purtroppo non ancora colmata; ho giocato derby, alcuni da protagonista, altri da passa stampella; ho giocato, tra le altre, anche una partita nella quale gli “stellati” ne hanno presi 5 senza vedere la biglia per 60 minuti, e da li sostengo che il destino sportivo di questa squadra è sempre dipeso solo da noi; ho visto personaggi stravaganti passeggiare per il campo fischiettando e negli anni ho imparato a chiamarli “arbitri” (in tutta onestà ne ho conosciuto anche qualcuno capace e simpatico); ho convissuto con molti compagni di squadra, tanti di loro non si offenderanno se li chiamo amici; ho conosciuto i “vecchi” dell’Atletico, quelli che questa squadra l’hanno fondata e l’hanno portata in alto dal nulla; ho camminato spalla a spalla con i “nuovi”, coloro che hanno preso le redini dopo il cambio generazionale e che tuttora si sbattono per far si che gente come me possa giocare pensando solo a divertirsi; ho passato questo e molto altro ancora tra battute che diventano tormentoni e allenamenti sulla neve a base di calcio DIS. Non basterebbe un libro per raccontarle tutte.

Mi sono sentito rispettato e coccolato. Non ho ripagato mai con i “grazie”, ma ho sempre provato a farlo come meglio so quando si tratta di calcio. Sudore, sbucciature e goal.

Ad una persona esterna che legge, queste parole possono sembrare smodate e fuori luogo. In fin dei conti stiamo parlando di un umile campionato di CSI e di una squadretta formata da amici che provano a scimmiottare le serie realtà della FIGC. Lo stolto lettore in questione non sa quel che dice. Sicuramente non sarà mai venuto a contatto con questa squadra e non ha la più pallida idea di cosa vuol dire far parte dell’Atletico, una squadra che ti offre emozione, amicizia, competizione e divertimento chiedendoti in cambio passione e un po’ del tuo impegno.

Quindi perché mollare? …verrebbe da chiedersi.
Tanti sono i motivi ma principalmente perché da che ho memoria corro dietro al pallone e agli avversari per almeno tre volte la settimana. Voglio provare a stare senza calcio, tutto qui. E se un giorno sarà “REUNION”, non lo farò per i fans malati di ricordi, ma lo farò solo perché veramente ne sentirò il bisogno.
Nel frattempo spero che questo treno chiamato “Atletico Gorla” rimanga saldo alle rotaie che ha iniziato a percorrere con successo qualche anno fa. E’ probabile che il percorso appaia lungo e tortuoso ma vale sicuramente la pena esplorarlo. Può darsi che alla prossima fermata sia lì alla stazione pronto per tornare a bordo, chi può dirlo. Intanto auguro a tutti voi buon viaggio!

A presto…
PIERO
                               
                                 

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